Sincronie – Palazzo collicola arti visive – Spoleto

COPERTINA-SINCRONIE-1Palazzo Collicola Arti Visive presenta Fausto Manara: psichiatra per professione, artista per attitudine elettiva, autore di un complesso progetto tra fotografia e linguaggio elettronico. Attraverso una quarantina di opere entriamo nel suo spiazzante universo digitale, un mondo parallelo in cui la tecnologia diventa pittura e conferma il valore concettuale dello strumento tecnologico. A colpire da subito è la preziosa tessitura epidermica delle opere e l’originalità classica dell’impianto estetico, una visione fuori dall’ordinario che mescola la chiave del futuro con gli archetipi di antiche memorie.

Il quadro nasce da una tipica azione fotografica, ovvero, dal registrare frammenti tramite clic rapidi e diaristici, privi di perfezionismi spasmodici. Manara coglie immagini in ordine sparso, scatta per appuntare l’istante e il frangente, capta angolazioni e dettagli che lo ispirano al momento, agendo con la metodica bulimica delle fotocamere tascabili ad uso urbano.

Dalla foto iniziale l’artista procede per decostruzioni e ricostruzioni, plasmando il pattern figurativo secondo nuovi piani prospettici e spiazzanti alterazioni compositive. E’ un lavoro di tessitura elettronica, di cuciture dagli esiti variabili, un lento processo che tratta le superfici d’origine in maniera eterogenea, operando sulla misura del frammento e sulle armonie tra valori distinti. Colpisce l’equilibrio nel soppesare le tecniche, un gioco al millimetro tra incastri e incroci, suture e saturazioni. Ha qualcosa di chirurgico il modus di Manara: la sua azione sembra un’endoscopia dell’anima, con le mani che plasmano gli organi interni, per inventare nuove gerarchie, per ribaltare gli ordini dati, per ritrarre gli stati d’animo di un’anima.

Manara crea opere che somigliano a intricati resoconti su anomalie visive, geografie liquide in cui la gravitazione diviene circolare, come se quell’occhio alieno vivesse in volo perenne, senza un legame fisico col suolo, in cerca di prospettive privilegiate e assetti diseguali. Al primo sguardo insegui subito un centro, quel punto di fuga che dal Quattrocento appartiene al nostro DNA e che, di fatto, influenza l’approccio ottico di un artista italiano. Al secondo sguardo comprendi l’anomalia di campo, la retina entra in sintonia con la materia mercuriale, capendo come il galleggiamento compositivo stabilisca un principio dinamico dell’immagine contemporanea.

Esiste un centro cardiaco che spicca in ogni quadro. Si tratta di un elemento più luminoso, compresso e solido degli altri. Andrebbe immaginato come un nucleo d’irradiazione, il punto gravitazionale che sostiene l’architettura scenica. Può stare in posizioni diverse, quasi mai al centro dell’immagine, a conferma che la sorgente ambisce alla posizione elettiva: in alto o in basso, a sinistra o destra, nella zona in cui la posizione diventa punto di fuga e raccordo, senza che il centro stabilisca una priorità vincolante. Sembra un dettaglio formale ma in realtà il decentrare cambia le consuetudini del codice digitale, liberando la prospettiva dal suo vincolo rinascimentale, così da trasformare la chiave prospettica in una dimensione onirica del reale, regolata dal motore psichico che permette il plausibile ma anche l’impossibile.

I quadri di Manara raccontano ciò che di solito occupa la vita invisibile, immaginata e forse immaginaria: dove le forme solide invertono i fattori originari, dove la tessitura si riappropria del sogno evanescente. Chiamiamole inquadrature mentali, fotogrammi eterogenei che filtrano la fotografia d’inizio in una geografia inconscia ad alta empatia. S’intravedono i generi (corpo, paesaggio, oggetti, nature, storie) ma tutto sconfina nel metagenere che appartiene all’inconscio, dove niente è come sembra in foto ma dove tutto somiglia a qualcosa che la psiche intuisce. Fateci caso sfogliando il catalogo: ogni opera toccherà una sensazione, aprirà un ricordo, susciterà un’emozione specifica. Perché qui si viaggia negli oceani dell’anima, nei cieli dello spirito, dove la nostra verità si esprime per adesioni immaginifiche, per istinti primordiali, per connessioni sentimentali.